Regionali 2019: dpg dalle norme alle prassi

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Nelle elezioni regionali del 2019 la Sardegna si appresta a sperimentare portata ed efficacia della doppia preferenza di genere.
Adottata dopo una lunga battaglia sostenuta dalle associazioni femminili, Coordinamento 3 in testa, la legge regionale statutaria 20 marzo 2018, n. 1, prevede una composizione perfettamente paritaria delle liste elettorali, con la presenza obbligatoria di candidate donne nella misura del 50%.
La legge, inoltre, prevede la possibilità per gli elettori di esprimere due preferenze a patto che riguardino “candidati di sesso diverso della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza”.
Fin qui la norma. Ma la scommessa per una maggiore presenza delle donne in Consiglio regionale (è appena il caso di ricordare che in questa legislatura sono solo 4 su 60!) si giocherà tutta internamente ai partiti e ai meccanismi di composizione delle liste. L’opportunità è quella di esprimere candidature “forti” in grado di produrre il risultato sperato: una maggiore presenza di donne elette. Il rischio è quello della cooptazione e delle candidature improvvisate, che consentono agli uomini di continuare a occupare tutti gli spazi, gestendo anche quelli delle donne.
Gli studi delle principali organizzazioni internazionali confermano infatti che le quote, quand’anche obbligatorie perché stabilite per legge, non sono sufficienti se manca il supporto dei partiti. I partiti rappresentano la porta di ingresso alla competizione elettorale e alla vita democratica degli Stati: nominano i candidati nelle proprie liste, forniscono sostegno finanziario per la campagna elettorale di questi ultimi, riuniscono gli elettori, decidono i programmi elettorali. Per questa ragione è importante che adottino al loro interno prassi e politiche che contribuiscano effettivamente a una maggiore partecipazione delle donne alla vita politica.
Le analisi effettuate dall’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa cui aderiscono 57 Stati del Nord America, dell’Europa e dell’Asia), tramite il suo Ufficio per le Istituzioni democratiche e i diritti umani, da UN Women (l’organizzazione delle Nazioni Unite dedicata all’eguaglianza di genere e all’empowerment femminile), e dall’EIGE (l’Istituto europeo per l’eguaglianza di genere) concordano sulla necessità che i partiti agiscano concretamente per incoraggiare una maggiore partecipazione femminile al loro interno e nelle competizioni elettorali .
Secondo una sintesi molto efficace prodotta dall’Istituto internazionale IKNOWPolitics (International Knowledge Network of Women in Politics), è fondamentale che i partiti:
• istituiscano sezioni femminili al proprio interno;
• forniscano sostegno finanziario e formazione alle potenziali candidate per la realizzazione di campagne elettorali efficaci;
• creino appositi forum in cui le donne possano discutere e fare azione di lobby su temi specifici.;
• godano di incentivi appositi per la promozione delle donne in politica.
Non si tratta di un libro dei sogni ma di pratiche effettivamente adottate da partiti importanti e di diversa collocazione nei principali Paesi democratici e in alcuni Paesi in via di sviluppo. Non tutte sono perfettamente trasponibili nel nostro sistema partitico ed elettorale, ma conoscerne l’impostazione di fondo è comunque utile e interessante.
La sezione femminile del Partito Social Democratico svedese, per esempio, esiste dal 1920 e conta ora 300 club femminili locali sparsi in tutto il paese. Il Partito ha perfino pubblicato un manuale The Power Handbook che guida le donne nella conquista effettiva di potere all’interno delle strutture partitiche.
Esempi interessanti di programmi di formazione sui temi legati alla gestione della campagna elettorale sono il programma Women2win lanciato dalle donne del Partito Conservatore nel Regno Unito e i seminari organizzati dal Labor Women’s Forum dell’Australian Labor Party.
Quanto alle misure di sostegno finanziario, in Canada il New Democratic Party (NDP) ha un programma di sostegno finanziario che prevede rimborsi per le spese di viaggio in collegi elettorali particolarmente estesi e per le spese di cura famigliare sostenute durante le campagne elettorali, etc. Altri partiti garantiscono alle donne un accesso paritario ai fondi di finanziamento pubblici e creano speciali reti di raccolta fondi dedicate alle candidate donne.
Fortemente incisivi sono anche i finanziamenti e gli altri incentivi economici per i partiti che assicurino l’equilibrio di genere nelle proprie liste elettorali e meccanismi di scelta dei candidati equi e trasparenti, o, viceversa, le sanzioni finanziarie per quei partiti in cui le donne siano sottorappresentate.
E’ questo il caso italiano, dove la legge 21 febbraio 2014, n. 13 stabilisce la sanzione di un quinto del 2 per mille per i partiti politici che non abbiano destinato almeno il 10 per cento del contributo indiretto loro spettante “ad iniziative volte ad accrescere la partecipazione attiva delle donne alla politica” e parallelamente prevede una misura premiale destinata ai partiti la cui percentuale di eletti del sesso meno rappresentato in ciascuna elezione sia pari o superiore al 40%” . Il controllo sul rispetto della Legge è effettuato dalla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici. Purtroppo dalle relazioni della Commissione, disponibili sul sito della Camera, non è possibile ricavare quali e quanti partiti siano in situazione di irregolarità rispetto alla quota del 10 per cento riservata alle iniziative a favore delle donne.
L’ultimo punto delle buone prassi raccolte dall’Istituto IKNOWPolitics riguarda l’impatto che può avere sulle agende politiche dei partiti, e sulla nascita di vere e proprie alleanze trasversali, l’istituzione di forum di discussione dedicati alle donne. L’Organizzazione delle donne lavoratrici (LWO) dell’Australian Labor Party tiene una conferenza annuale, allo scopo di offrire alle donne l’opportunità di discutere questioni politiche, fare azione di lobby su temi specifici e creare reti tra loro.
In Sardegna il forum esiste già. E’ il Coordinamento3, per le Politiche Paritarie e antidiscriminatorie, che riunisce donne sarde delle Amministrazioni Locali e ANCI, delle Associazioni femminili, degli Organismi di Parità, degli Ordini e Categorie Professionali, della Politica . Le quote anche. Manca l’impegno dei Partiti.
Per questo Coordinamento 3 intende mettere tutto il suo impegno per imporre la questione femminile nelle loro agende, spingendoli a utilizzare quel 10% che la Legge sui contributi volontari ai partiti già vincola ad iniziative volte ad accrescere la partecipazione attiva delle donne alla politica.
Qui abbiamo già fornito alcuni ottimi suggerimenti, e forse qualcuno potrà accusarci di ingenuità e sorriderne. Ma in tempi di crisi dei partiti, un impegno serio a coinvolgere le donne può essere determinante se si considera che queste rappresentano oltre il 50% dell’elettorato. Dalle elezioni del 4 marzo scorso sappiamo che quasi un quarto degli elettori si è astenuto: i voti non espressi sono stati 11 milioni e mezzo. Due terzi degli astenuti erano donne! E forse qualcuno a questo punto avrà già smesso di sorridere…

Claudia Onnis

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