Non chiamiamole Quote Rosa

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Il sistema delle quote (che impropriamente vengono definite rosa dando una valenza dispregiativa) sono norme antidiscriminatorie che la comunità internazionale, prendendo atto delle gravi discriminazioni di cui la donne soffre in molte parti del mondo, ha indicato come possibile rimedio ( Angela Merkel è espressione di un partito che negli anni 80 ha applicato le quote elettorali).
Nella nostra società ci sono tante non cittadine, donne non riconosciute nei propri diritti e questo offende la democrazia di un paese, di una nazione. Oggi esiste una democrazia dimezzata perché la partecipazione delle donne, a tutti i livelli decisionali, è minoritaria. Diventare rappresentanti per le donne Italiane e sarde è assai difficile, nonostante l’uguaglianza di diritto, resiste una pesante discriminazione di fatto non facile da codificare ed eliminare.
L’esclusione delle donne dall’esercizio dei diritti politici elettorali, tipica dell’ottocento Europeo deriva dalla concezione tradizionale d’impronta romanistica (domi mansit, lanam fecit ) che identifica il femminile con il privato domestico e il maschile con la gestione della cosa pubblica o se si vuole, assegna la donna alla natura e l’uomo alla storia, come ci racconta Chiara Saraceno.

La scarsa presenza delle donne nelle istituzioni e nei luoghi decisionali, non è un fatto settoriale, non è solo il difetto di funzionamento dei sistemi politici , ma la naturale conseguenza delle discriminazioni che le donne subiscono ancora oggi e sono il riflesso di ciò che accade nella vita sociale. La comunità internazionale prendendo atto delle gravi discriminazioni di cui la donna soffre in molte parti del mondo, ha cercato di trovare soluzioni e tra i principali rimedi vanno ricordate le quote elettorali (electoral gender quotas) .
Il Piano di azione di Pechino del 1995 che ha portato all’adozione in 80 paesi varie forme di quote ha avuto come risultato che gli stati che le hanno adottate sono balzati al vertice dell’unione interparlamentare sulla presenza delle donne nei parlamenti nazionali.

Sulle quote elettorali, abbiamo l’esperienza Scandinava detta anche “slow Track” conseguente al cambiamento culturale che implica un percorso lungo che ha richiesto un arco temporale di 80 anni per arrivare alla rappresentanza politica paritaria. E’ questo un modello dove accanto ad un riconoscimento del diritto di elettorato (primi del 900) ha comportato una precoce partecipazione alla vita pubblica; si è realizzato l’equilibrio della parità tra i sessi mediante la costruzione di un welfare estremamente esteso e avanzato , che si è fatto carico di gran parte del lavoro di cura e di educazione , tradizionalmente affidato alle donne e a ciò si aggiunga che le quote sono state adottate automaticamente dai partiti.
Vi è poi l’approccio veloce “Fast Track” assai diffuso al mondo si ricorda la Francia. Le Quote si limitano ad assicurare ad entrambi i sessi la possibilità di partecipare alle competizioni elettorali senza attribuire particolari vantaggi, inoltre incidono sul punto di partenza e non sul risultato finale. Questo concetto può essere applicato per la doppia preferenza di genere approvata di recente dal consiglio regionale della Sardegna. Si tratta di uno strumento correttivo del sistema elettorale che non garantisce il risultato favorevole per le donne, anche se alle ultime elezioni amministrative , ove si è votato con la doppia preferenza, il numero delle elette è cresciuto fino a toccare percentuali del 40%.

E’ però assodato che una maggiore presenza di donne in Consiglio Regionale, la partecipazione di entrambi i generi ai processi decisionali, promuovere politiche di genere, non si esaurisce nell’attuazione di misure e interventi specifici rivolti alle donne e finalizzati alle pari opportunità.

Se si vogliono realizzare pari opportunità per tutti, insieme all’istruzione e al lavoro, il Governo Regionale deve compiere  ulteriori passi in avanti: deve assumere la differenza di genere tra i criteri di interpretazione della realtà sociale della Sardegna, programmando azioni concrete per ridurre le disuguaglianze e valorizzare la risorsa femminile in chiave di crescita economica ed equilibrato sviluppo locale.

L’applicazione della prospettiva di genere nella programmazione economica e nelle analisi di bilancio nell’amministrazione regionale consentirebbe infatti di verificare il diverso impatto che programmi e strategie avrebbero rispettivamente sulle donne e sugli uomini, nella consapevolezza che diverso è il loro ruolo nella famiglia, nella economia nella società.

Consiste essenzialmente in questo l’assunzione del Gender Mainstreaming all’interno dei principali strumenti programmatici della Regione Sardegna: la sua applicazione rende ogni intervento più efficace, corretto, equo e valorizza al meglio le pari opportunità come accesso e partecipazione alla vita sociale ed economica da parte delle cittadine e dei cittadini.

Rita Corda

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