Ruolo sociale dei linguaggi e dell’informazione

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Susi Ronchi. Intervista a cura di Carla Puligheddu.

Giornalista professionista , laureata in Pedagogia ad appena 21 anni . Ha conseguito il titolo di mediatrice civile e commerciale presso l ‘ Universita’ di Cagliari, dipartimento di Giurisprudenza. Ha moderato, introdotto, coordinato iniziative, convegni, conferenze e dibattiti su temi culturali, sociali e politici. Precedentemente, è stata bibliotecaria presso l’Università di Cagliari e docente di ruolo per l’ insegnamento di Materie Letterarie.  Attualmente, attivissima Coordinatrice “GIULIA” (giornaliste – unite – libere – autonome) Sardegna.

Carla. Prima donna notista politica a veicolare nel telegiornale regionale della Rai questo ambito di responsabilità e potere del quale, hai sostenuto: “Le Donne sono poco e mal rappresentate”. Perché?
Susi. Il mondo è visto, raccontato e interpretato con voce e occhi di uomini. I media hanno in questa deformazione, una grande responsabilità perché continuano ad interpellare come esperti e specialisti dei vari settori, soprattutto di quelli ritenuti nobili, come la politica l’economia, la scienza, lo sport, soprattutto uomini che, ovviamente, hanno un approccio e un linguaggio maschile, a volte vecchio e superato dall’evoluzione sociale in atto. Ecco perché i giornalisti devono essere professionisti, colti, coltissimi che si formano per attualizzare il loro linguaggio, che conoscono perfettamente ciò che accade intorno a loro, capaci di aggiornare i loro strumenti di lavoro, rappresentando correttamente la realtà, superando ogni forma di condizionamento culturale, discriminazioni e stereotipi, assegnando il giusto spazio, equo e legittimo, anche alle donne. La presenza femminile nei media , negli spazi riservati all’Informazione è ancora ridottissima. Qualche esempio: le donne sono consultate come esperte al 21 per cento, la media europea è del 25, ancora bassissima, mentre la percentuale sale e arriva al 50 per cento circa se le donne vengono interpellate come “ voci anonime”, senza nome e tantomeno professione. Ancora, in Parlamento le donne rappresentano poco più del 34 per cento degli eletti tra deputati e senatori, ebbene, i media riservano loro un misero 15 per cento di spazi. Le scienziate hanno spuntato qualche punto percentuale in più : sono al 18 per cento. Ecco perché io sottolineo con forza quella che è una delle funzioni fondamentali dell’informazione: la sua responsabilità sociale , il suo ruolo pedagogico che non possono essere esercitati se non da professionisti preparati e sempre aggiornati. Serve una profonda consapevolezza su come la parità di genere sia un imprescindibile valore democratico, sociale e culturale. I media devono promuovere le voci femminili in modo che possano contribuire a far crescere il dibattito pubblico dentro l’informazione e fuori. Ottimo lavoro il libro “100 donne contro gli stereotipi nella scienza” curato da due Giulie lombarde, Giovanna Pezzuoli e Luisella Seveso. 
Carla. Il manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini, ha sensibilizzato adeguatamente la categoria verso il riconoscimento dell’uso sessista della lingua italiana quale frontiera da superare per il pieno raggiungimento della parità?
Susi. Il linguaggio è uno strumento potentissimo, attraverso il linguaggio si possono fare vere e proprie rivoluzioni culturali e quindi sociali. E’ il primo strumento di lavoro per i giornalisti che devono scegliere ogni singola parola, sì proprio ogni singola parola per costruire la loro narrazione. Il linguaggio di genere, piano piano si sta facendo strada, con tante difficoltà e tanti ostacoli, ma l’Accademia della Crusca con cui il Gruppo Giulia giornaliste collabora, ha impresso il suo benestare e anzi promuove l’uso corretto nei due generi della lingua italiana, attraverso la doppia declinazione, maschile e femminile. E’ vero che i mutamenti della lingua sono lenti, più lenti rispetto alle trasformazioni sociali ed economiche, ma dobbiamo insistere perché il percorso per una corretta rappresentazione linguistica dei generi sia accelerata. Infatti la lingua, come sostiene Cecilia Robustelli, non solo rispecchia una società in movimento ma svolge anche la funzione di rendere più visibile quello stesso movimento. Il linguaggio è fonte di disuguaglianze, servono correttivi per sanare queste disuguaglianze. La prima Presidente donna dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio sostiene che “Le lingue non sono strumenti neutri, chiamati a svolgere una semplice funzione comunicativa, le lingue sono sistemi complessi, fatti di tante varietà e rispondenti a tante funzioni diverse. Può dunque essere estremamente rischioso rinunciare a usarle nella loro interezza”. Pensiamo quindi all’efficacia della lingua se usata in tutte le sue caratteristiche multiformi! Da questa riflessione emerge l’importanza dell’uso del linguaggio nella narrazione mediatica della violenza di genere: trovare le parole giuste per raccontarla nella sua verità, nella sua veridicità. Giulia , l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, la CPO della FNSI, hanno voluto , scritto e promosso il Manifesto di Venezia, presentato ufficialmente lo scorso 25 Novembre al Teatro della Fenice. Chiama i giornalisti alle loro responsabilità nella rappresentazione della violenza, non è una carta deontologica ma molto di più, è un invito a rispettare nella narrazione e nella cronaca, alcuni punti fondamentali per garantire il rispetto delle vittime e della loro dignità, tutela della privacy, respingendo ogni forma di giornalismo sensazionalistico, scandalistico, sciacallo che si nutre di dettagli morbosi per solleticare la curiosità insana dei lettori e che niente hanno a che fare col diritto di cronaca, con la buona informazione e con un giornalismo corretto e rispettoso. Il Manifesto di Venezia insiste sulle origini della violenza di genere: “ Un fenomeno sistematico, trasversale, specifico, culturalmente radicato, un fenomeno endemico” e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza. Ecco perché: “Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso”, a volte scambiando i ruoli : la vittima è vittima, il carnefice è carnefice.
Carla. La rettrice Del Zompo ha spiegato la scelta di farsi chiamare al maschile, rettore (quasi che la declinazione al femminile fosse una diminutio) , sottolineando che i ruoli istituzionali sono neutri . Un atteggiamento oltremodo stonato in quel ruolo . Ancora oggi le raccomandazioni e gli impegni istituzionali non trovano condivisione e attuazione pratica. Perché?
Susi. Maria Del Zompo, oltre che una brava e capace Rettrice è anche una mia cara amica, quindi mi sento di parlarne con serenità , franchezza e affetto. Preferisce essere chiamata Rettore, come la precedente Prefetta di Cagliari, Giuliana Perrotta, che chiedeva di essere chiamata Prefetto e così si firmava. Ancora: l’attuale Assessora regionale al Lavoro Virginia Mura si definisce Assessore. A tutte e tre queste donne mi lega profondo affetto, stima e amicizia, conosco il loro lavoro che va nella direzione della parità, dell’uguaglianza, dell’ affermazione dei diritti, ritengo che questo tipo di scelta, linguistica, sia legata a una visione personale e culturale, che sottolineo e contesto pubblicamente ogni qualvolta le occasioni ci fanno incontrare. E sistematicamente quando nelle redazioni arrivano comunicati di donne che, come loro hanno un ruolo, vengono declinati al femminile con piccoli interventi da parte delle colleghe sensibili ai temi del linguaggio. Per tornare alla Rettrice di Cagliari, dobbiamo riconoscere che ha assunto diverse iniziative all’interno dell’Ateneo per promuovere la parità ma anche per creare servizi alla famiglia. Non desisteremo, noi giornaliste, proseguiremo con la nostra opera di persuasione…..
Carla. Tuttavia, utilizzare il maschile per dare prestigio ad un ruolo contribuisce a rafforzare in modo inconsapevole, e dunque ancora più difficile da riconoscere, il pregiudizio di asimmetria dei ruoli. Sei d’accordo?
Susi. Certo, perché assumere uno stesso ruolo ed esercitare una stessa funzione da un uomo e da una donna è differente, profondamente differente, nei modi, nelle strategie, nell’approccio, nei linguaggi. Cambia la visione che maschi e femmine hanno del mondo, cambia quindi l’interpretazione , la prospettiva e il tipo di politiche che si mettono in campo. Le politiche attive hanno bisogno di essere pensate e realizzate dalle donne non solo per sé stesse, ma per riuscire a esprimere un punto di vista nuovo, innovativo e in grado di rappresentare l’intera società, superando le diffuse e radicate discriminazioni.
Carla. La Comunicazione è un valore sociale , dunque i linguaggi dei media hanno un ruolo imprescindibile nella formazione della pubblica opinione. Uno degli obiettivi del giornalismo dovrebbe essere quello di sensibilizzare all’adozione di un linguaggio scritto, parlato e visivo, corretto e rispettoso , facendo attenzione al modo in cui vengono raccontati gli eventi , soprattutto, quando descrivono atti di violenza sulle donne, stupri, femminicidi, vera emergenza sociale. Cosa c’è che spesso non va?
Susi. E’ la disciplina in cui credo di più, L’informazione come valore sociale, sto studiando questi aspetti relativi a una delle professioni più difficili e complesse, oggi più che mai ho maturato la convinzione che fare il giornalista è una vera impresa, è una strada sempre in salita che richiede impegno quotidiano, formazione culturale personale, aggiornamento, sensibilità, perché dobbiamo essere consapevoli degli effetti che si procurano con una buona o una cattiva informazione. Vedo intorno a noi molta improvvisazione legata anche a un precariato ormai insuperabile, granitico e la quantità, la frettolosità imposte a chi deve correre per portare a casa un piccolo salario, prendono il posto della qualità. Eppure i media nella scala gerarchica della politica sociale esercitano il cosiddetto Quarto Potere. E’ evidente che per migliorare e innalzare i propri standard la società deve promuovere la qualità del suo sistema mediatico e sottoporlo a un vaglio responsabile e critico. Questo deve indurci a riflettere in modo approfondito sul ruolo dell’Informazione e sulle sue responsabilità , perché l’Informazione veicola messaggi, li seleziona, scuote le coscienze, fa opinione, è un potentissimo strumento di orientamento delle masse, pone il senso critico e l’etica del dubbio. Proprio per approfondire questi temi sto rileggendo Noam Chomsky : Le 10 strategie della manipolazione attraverso i mass media , un testo attualissimo, sconvolgente. Quindi ci vuole un’ attenzione continua sulle modalità di costruzione di un testo destinato alla stampa, riflessione sulla scelta delle parole, sulla scelta di un linguaggio che parli della violenza e la racconti senza ledere la dignità della vittima; quando si parla di femminicidi, devono essere evitati gli stereotipi e le affermazioni fuorvianti come : non ha retto all’abbandono, uccisa in un raptus, folle di gelosia, omicidio passionale, lei aveva un altro. Il femminicidio è un assassinio che non ha giustificazioni legate ai sentimenti e all’amore. Voglio ricordare anche la Convenzione di Istanbul che nell’ articolo 17 assegna all’Informazione un ruolo specifico di prevenzione della violenza di genere e la richiama alle sue responsabilità sociali. Giulia giornaliste ha fatto un lavoro molto importante e apprezzato, ha pubblicato un piccolo manuale
Stop violenza, le parole per dirlo, nella convinzione che l’Informazione riveste un ruolo irrinunciabile per contrastare la violenza sulle donne.
Carla. Internet oggi, non è solo la grande metafora del mondo, è certamente, il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia mai conosciuto, la proiezione del reale in un’altra metafora, la “società della conoscenza”. In questa dimensione spesso si sconvolgono i confini fra libertà di espressione e rispetto della privacy. Quali rischi corrono le donne?
Susi. Donne , uomini, adulti e minori, i rischi esistono per tutti. Internet è una grande risorsa, ci porta in viaggio per il mondo, apre frontiere sconosciute, ci fornisce dati, numeri, opinioni, news in tempo reale, ma va governato, non dobbiamo rischiare di farci gestire da esso. Questo è il punto! Dobbiamo imparare a usarlo, a sfruttarlo per trarne vantaggi, appunto nella conoscenza, nell’informazione, fermandoci però al momento giusto, altrimenti è capace di travolgere la nostra stessa vita. Con il web è necessario essere cinici e non generosi innalzando un muro attorno alla propria privacy, siamo noi stessi i responsabili di ciò che circola su di noi, non sempre forse, ma spesso è così. Internet fa circolare falsità, bufale, una diffusione facilitata dal fatto che le persone tendono a credere a ciò che si adatta ai loro pregiudizi e li conferma, anziché sottoporli a una analisi critica. Un quadro preoccupante, aggravato dall’incidenza che hanno le fake news, che vanno differenziate dalle bufale, in quanto in questo caso non si tratta tanto di ignoranza e di tendenza ad adagiarsi in modo passivo sui propri pregiudizi, ma di malafede e imbroglio, perché queste notizie sono una fabbricazione intenzionale e deliberata di un contenuto ingannevole da parte di professionisti delle disinformazione, con l’ intento ben preciso di danneggiare qualcuno e di ottenere vantaggi. Inoltre assistiamo a un terzo livello di rischio, canali che si moltiplicano e si prodigano per far circolare notizie che informazione non sono, nel nome della libertà di espressione. Un principio da tutelare e difendere certamente ma da tenere saldamente su un livello separato dal lavoro svolto dai media: la libertà di espressione non coincide con l’informazione, quest’ultima presuppone infatti che le notizie siano strutturate , che entrino a far parte di un tessuto di relazioni che ne faccia capire il significato, e di un sistema nel quale vengono collocate, rendendo trasparenti origini e conseguenze. Questa è la struttura dell’Informazione. Inoltre in Rete sono facili bersagli le categorie ritenute più fragili, le donne che certamente non rappresentano il sesso debole, ma che soffrono ancora nella loro rappresentazione reale di stereotipi e condizionamenti culturali. I minori, che hanno bisogno di essere guidati e di tutele, gli omosessuali, insomma coloro che non godono della par condicio per esempio nei Media.
Carla. Hai trascorso una parte della tua vita a scuola da docente di lettere. A seguito dei ripetuti e sempre più frequenti episodi di violenza nei confronti dei professori, 35 denunciati nei primi 5 mesi del 2018; pensi che il patto formativo tra famiglie, scuola e società sia ancora recuperabile e in che modo?
Susi. Una triade imprescindibile che, se si frantuma, perde valore non solo collettivo ma individuale, è necessario piuttosto rafforzare questo collegamento, renderlo più stringente e promuovere la cooperazione e il dialogo tra le tre parti socio/istituzionali. La violenza verso i professori è il prodotto di un contesto di incultura che affonda le sue radici in un sottofondo sociale che va risanato. Personalmente voglio credere che questo atteggiamento di sfida e di provocazione verso le istituzioni primarie siano circoscritte ma portate giustamente all’attenzione dell’opinione pubblica grazie alla cronaca giornalistica sempre più attenta verso queste tematiche. Un deprecabile comportamento che fa il paio col bullismo dei ragazzi sui ragazzi , degli insulti e delle offese sessiste in Rete , dell’intolleranza verso i migranti, e verso chi ha un orientamento sessuale che non rientra nei nostri personali criteri di giudizio. Sono sempre più consapevole che l’omofobia e la violenza di genere condividano una stessa radice, perché provocate da una medesima reazione di intolleranza, di insofferenza e di discriminazione. Mi ritrovo a volte a pensare alla scuola, mi sento il cuore di un’ insegnante, un’insegnante prestata al giornalismo, ma questa duplice professionalità mi ha aiutato a crescere perché credo profondamente nel trinomio : Informazione/Formazione/Prevenzione , anche questo un trittico inscindibile per svolgere al meglio la professione giornalistica.

Carla. Dalla Rai a Giulia, cos’è cambiato nella tua vita?
Susi. Ho mosso i miei primi passi in Rai come competente nei settori della scuola e dell’ università, ma ben presto mi sono ritrovata collocata nel settore più spinoso e complesso del telegiornale: la politica. Ho macinato in questo ambito anni e anni di lavoro, ho seguito capi di stato, segretari di partito, premier, ministri, tutte le elezioni che Dio ha mandato in terra: regionali e nazionali ma anche le amministrative con annesse Tribune politiche, fuori spazio e dirette che la Rai concede in occasione del Voto. Ho vissuto anni e anni in consiglio regionale , pur non essendo consigliera e a Villa Devoto pur non essendo assessora, conosco tutti i piccoli e grandi meccanismi che muovono il sistema, sono sempre gli stessi reiterati di legislatura in legislatura, ho imparato a interpretare le parole e i messaggi dei politici, e a raccontarli cercando di renderli più vicini alla realtà, alla verità , con un occhio però sempre attento alle esigenze dei cittadini, ai progetti riservati all’istruzione, al lavoro, alla cultura, Non mi sono risparmiata. Ma sostengo con convinzione di aver dato molto alla Rai, cosi come la Rai ha dato molto a me, lo riconosco, il rapporto è perfettamente equilibrato. La nascita di Giulia Sardegna nel maggio del 2017 è stata quasi una conseguenza naturale di quanto è stato seminato non solo da me ma anche da altre colleghe che hanno sposato subito il progetto Giulia. La nostra Associazione promuove la parità di genere nei Media, vigila su ogni forma di discriminazione salariale e di carriera, presta grande attenzione all’uso dei linguaggi nella rappresentazione mediatica, e al benessere nelle redazioni. Giulia ha al suo attivo anche la battaglia per il linguaggio di genere e per una narrazione della violenza sulle donne corretta e rispettosa delle vittime. Sono tutti argomenti strettamente legati alla sfera politica, quindi per me il passaggio è stato facilitato. Ero già ipersensibilizzata!

 

Carla. Susi, sei una delle donne più aperte e disponibili alla conoscenza e all’innovazione dei processi culturali e umani, che io conosco. Tuttavia sei anche una conservatrice, dai valori familiari e affettivi ben radicati. Due tratti che nella nostra epoca difficilmente si conciliano. Qual è il tuo segreto?
Susi. Il mio segreto ? più che un segreto credo che sia uno stile di vita: credere nelle persone, credere sempre di farcela e credere nei sogni, guai a chi ci scippa i sogni, perché alcuni diventano realtà. Auguro a tutti voi, che leggete questa intervista, che siano tanti, tantissimi i vostri sogni che si realizzano.

Carla. Mitica Susi! Grazie per le riflessioni profonde su un tema tanto calpestato dall’ignoranza e dalla presunzione. 

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