Denatalità e Spopolamento non sono due facce della stessa medaglia

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Denatalità e spopolamento non sono due facce della stessa medaglia.
Hanno suscitato non poche perplessità le dichiarazioni dell’Assessore Arru riportate nell’intervista de La Nuova Sardegna di ieri (7 gennaio 2018) , quando sostiene che “l’UNICA risposta ai problemi della denatalità dell’Isola (che detiene il primato in Italia) è investire sulla formazione e integrazione degli immigrati per farne una “risorsa produttiva”.
I due fenomeni in realtà non possono essere confusi, non sono due aspetti della stessa medaglia. Le cause dello spopolamento e le cause della denatalità infatti non sono sovrapponibili anche se entrambi possono essere espressione di forme di disagio similari. Un disagio lavorativo, economico, culturale e sociale che stanno alla base ma che si estrinsecano in maniera differente nei due casi.
Lo spopolamento di una zona geografica può essere espressione della mancanza di lavoro e/o di servizi e/o di condizioni ambientali, socio-politici ostili e hanno come conseguenza una emigrazione della popolazione in altre zone. Nella denatalità invece, sono presenti concause più intrecciate fra loro e collegate a problematiche di tipo relazionale, personale, emotive e familiari, oltre che lavorative e organizzative sociali.
Nel caso della denatalità è la donna che si trova immersa in un vortice di situazioni negative che la spingono a non fare più figli nel periodo fertile, a procrastinare la maternità o a non desiderarla affatto. Le cause della denatalità sono strettamente insite nella cultura patriarcale dominante e ancora fortemente discriminatoria della società. Una società che appiattisce le donne al ruolo di madre e nega quello di cittadine e di lavoratrici, non solo non creando servizi di supporto alla maternità e alla genitorialità ma con la persistenza ancora di una forte disparità e difficoltà delle lavoratrici madri nel mondo del lavoro.
E’ da troppo poco tempo che si è cercato di porre rimedio alle dimissioni in bianco e ancora nei colloqui di lavoro e nei concorsi “pesa” se una giovane donna è fidanzata e non raramente le viene chiesto a scopo discriminatorio se ha “intenzione” di farsi una famiglia. E ancora, la lunghezza degli studi e il ritardato ingresso nel mondo del lavoro, la difficoltà di raggiungere una stabilità economica. Sono tutti fattori che hanno pesantemente inciso sul decremento demografico. E allora non è accettabile l’affermazione tout curt, apparsa nell’intervista, quando si sostiene che il problema della denatalità sia dovuto, non solo o non tanto dalla mancanza di lavoro, ma che sia un problema di tipo culturale: ” le donne preferiscono dedicarsi alla carriera e ritardare la maternità”.
La carriera, ammesso che si riesca a costruirla, superando pregiudizi e molestie sessuali (si, le molestie ci sono in tutti gli ambiti lavorativi e spero che non solo le attrici incomincino a parlarne apertamente) per una donna significa lavorare il doppio, dimostrare di essere sempre all’altezza e soprattutto non commettere mai errori. La verità è che le donne che riescono a fare carriera nella gran parte dei casi non scelgono ma sono costrette a rinunciare alla maternità in un mondo del lavoro ostile che certo non agevola la maternità.
E le risposte dell’assessore a questa semplificazione del problema con il “telelavoro” trentino e l’incremento degli asili nido, soprattutto, rischiano di essere marginali e poco incisive. Investire in maternità significa adottare politiche complesse in cui la donna non subisce discriminazioni e viene salvaguardata come persona. Ad esempio facendo in modo che la sostituzione nei posti della pubblica amministrazione sia sempre e tempestivamente assicurata, per evitare di essere osteggiata per la sua assenza o che nel settore privato le donne abbiano garantito il 100% dello stipendio e non solo l’80% come ora.
Oppure, se vogliamo guardare in Europa, che il congedo parentale – almeno il primo mese – sia reso obbligatorio anche per l’altro genitore. Insomma occorre promuovere la cultura dell’accettazione e del supporto sociale e lavorativo della maternità attraverso politiche di una società che investe sulle donne e le rispetta. E’ questo l’unico modo di affrontare la denatalità, prima di tutto riconoscendone le cause e quindi affrontando politicamente i problemi sociali e culturali che la determinano in maniera trasversale e non semplicistica, ascoltando e interpellando le donne.
Dunque “attirare i migranti, come fa il premier canadese Justin Trudeau” , è non solo stridente ma fuorviante e mischia piani di intervento assolutamente non sovrapponibili. Ma soprattutto devia il discorso verso altri canali che meritano altre riflessioni e altre soluzioni.
In questo periodo storico quello dei migranti è un fenomeno di portata epocale che probabilmente e indipendentemente dalle nostre idee sulle politiche di immigrazione avrà un impatto nel nostro assetto geopolitico e sociale. Dunque sono necessari i progetti di programmazione e di integrazione sociale, in modo che prevalga la convivenza civile. Ma solo una spinta etica deve spingerci a realizzarli impedendo che interessi di altra natura si insinuino nelle nostre scelte.
Suscita davvero raccapriccio quel cinico utilitarismo del “Noi sardi ne abbiamo solo da guadagnare. I migranti sono gli unici disposti a fare i lavori sporchi, umilianti e pericolosi e farebbero bene anche al PIL sardo.”
Accogliere i migranti è un dovere dell’umanità e aiutarli a integrarsi o a farsi una famiglia è un dovere della società civile.
Non possiamo dimenticare che i migranti sono persone e che anche in ambito lavorativo hanno diritto alla “nostra” stessa dignità, non sono i nostri “servi” poveri e le donne migranti non sono i nostri “uteri” per fare i figli che la società occidentale nega alle donne. Dobbiamo dare loro una possibilità di vita dignitosa che nel loro paese non sono riusciti ad avere attraverso politiche che riguardino anche tutti gli strati deboli della nostra società, in un’ottica di convivenza e di civiltà.
I due problemi dunque meritano attenzioni e soluzioni differenti, non possono diventare l’uno la soluzione dell’altro, il fallimento e quindi il danno sociale sarebbe inevitabile.

Rita Nonnis

 

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