Investire sulla maternità significa Investire sul futuro

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Il 2017 volge al termine, aspettiamo di conoscere quante lavoratrici si sono dimesse “volontariamente” dopo la nascita del primo o del secondo figlio.

L’anno scorso sono state 601 in Sardegna, quasi il doppio della media degli ultimi cinque anni, complice anche il il diritto al NASPI, l’indennità di disoccupazione fino a due anni, prevista dal jobs act per le dimissioni entro un anno di vita del bambino. La drammatica faccia della medaglia è che molte di loro non sanno che non rientreranno più nel mercato del lavoro, con grave perdita di chances non solo per loro ma anche per le aziende, private così di forze lavoro spesso qualificate.
I nuovi dati sulla natalità si conoscono, centomila nascite in meno negli ultimi otto anni in Italia, così pure i proclami. Quel che manca sono le politiche serie, stabili e strutturali a favore della maternità. Infatti la questione della denatalità, legata anche al problema dell’invecchiamento della popolazione viene periodicamente commentata, così come vengono annunciati interventi di trasferimenti monetari alle famiglie, di incremento degli asili nido, ma poi cala il silenzio e se ne riparla l’anno successivo, al nuovo rapporto Istat.
E intanto le culle languono e le mamme invecchiano: la Sardegna ha il record di età “avanzata” delle neomamme: 32,5 anni, oltre che il primato di bassissima fecondità (1,07 figli per donna) nonostante l’apporto di nuove nascite da parte delle immigrate. A ben vedere la bassa natalità va messa in relazione con un tasso di occupazione femminile ben al di sotto della media europea e con una rete di servizi, decisamente inadeguata, a supporto della genitorialità.
Basta volgere lo sguardo verso la maggior parte dei Paesi occidentali, per vedere lo stretto legame che c’è tra una maggiore occupazione femminile, una fecondità di quasi due figli messi al mondo sotto i trenta anni, e politiche più generose in materia di welfare e fiscalità. Questi Paesi hanno messo in campo, non da oggi, una serie di misure quali sussidi, sgravi fiscali, rete di servizi pubblici, congedi parentali, utilizzo del part-time e telelavoro, solo per fare qualche esempio. Viceversa, nel nostro Paese, se ricostruiamo il quadro di quanto avvenuto negli ultimi anni, cartoline e opuscoli del fertility day fino agli attuali bonus bebè, hanno preso il posto di altri e più stabili interventi strutturali.
Se per il sostegno alla famiglia e alla natalità l’Italia spende risorse pari soltanto al 1,4% del Pil, possiamo stare certi che il modello sociale e familiare non potrà cambiare, con il rischio reale di avere una società a crescita demografica zero. In queste condizioni e con l’aumento del lavoro precario, è difficile che una donna possa progettare una gravidanza.
Ancora oggi le cronache parlano di colloqui di lavoro in cui alle donne, e solo a loro, viene chiesto lo stato civile e se hanno dei figli. La maternità diventa così un fattore frenante nella fase di ingresso e permanenza nel mercato del lavoro, e ne favorisce la fuoriuscita, per licenziamenti individuali, mancati rinnovi contrattuali o, per l’appunto “dimissioni volontarie” per nascita figlio.
Le principali ragioni che fanno rinunciare molte donne ad un diritto sacrosanto, quale il lavoro, hanno nomi e cognomi: si chiamano scarsità di asili nido o carenza di posti disponibili, costi elevati e mancata copertura dei nuovi tempi di lavoro, rigidità dell’organizzazione aziendale su orari, permessi e part-time, mancanza della tradizionale rete familiare e sociale in grado di dare supporto. E c’è anche di più: molte altre hanno dichiarato di essere state licenziate, demansionate, trasferite ingiustamente a seguito di una gravidanza.
Non c’è da stupirsi dunque se si rinuncia alla maternità o se ne ritardano le scelte, spostando in avanti l’orologio biologico. A tal proposito sta diventando sempre più frequente il parto a 40 anni e oltre, sopratutto nella nostra regione che registra il record delle mamme più anziane d’Italia. Ma avere un bambino a tarda età è più difficile e comporta dei rischi, non ultimo quello dell’aborto.
Ciò spiega il sempre più frequente ricorso da parte di tante donne alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), che certamente possono essere d’ausilio alle tante che non riescono a diventare madri, ma può diventare un problema se si continua a differire la maternità.
Pochi anni fa i due colossi americani Facebook e Apple hanno annunciato che avrebbero pagato il congelamento degli ovuli delle proprie impiegate per consentire loro di decidere quando avere un figlio.

Forse non sono proprio questi i sistemi per favorire il diritto alla maternità come libera determinazione, piuttosto sembrano misure orientate ad influenzare la scelta di procreare subordinandola alle esigenze della produzione.

In poche parole, quale valore viene dato al lavoro produttivo rispetto a quello riproduttivo? quest’ultimo ancora oggi, viene considerato un affare privato delle donne e dunque un bene non monetizzabile.

Ciò ci deve indurre ad una seria riflessione: le donne dovrebbero prendere coscienza dei propri diritti, e scendere anche in piazza per reclamarli, ma sopratutto i decisori politici dovrebbero prendere atto che una società che non investe sulla demografia è già morta e che, al contrario, investire sulla maternità e sul lavoro delle donne, significa investire sul futuro.

L’innalzamento dell’occupazione femminile come motore di sviluppo, si deve collegare nell’intreccio con politiche fiscali, interventi per la famiglia, per i servizi sociali, per la conciliazione e condivisione tra i partners dei tempi di vita e di lavoro, per una flessibilità “positiva”, per una migliore organizzazione delle città, per una maggiore presenza delle donne ai livelli decisionali.

In mancanza di questi elementi, non credo che i dati Istat targati 2018 saranno più rosei.

Luisa Marilotti

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