Le donne, pioniere della “Rivoluzione Agricola”

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Migliaia di anni fa, mentre gli uomini erano impegnati a cacciare lontano dai villaggi, le donne, oltre ad allevare i bambini e partecipare alla vita del clan, erano addette alla raccolta dei frutti spontanei, che integravano l’alimentazione composta per lo più dalla sola selvaggina.

A partire dal 10.000 a.C. il riscaldamento del clima produsse, nella vasta area tra l’Africa settentrionale e l’Asia sud-occidentale, la scomparsa di estese foreste, adatte a temperature più fredde e con esse dei grandi mammiferi che le abitavano. Al loro posto si diffusero vegetali più adatti ai climi caldi, tra cui gli antenati selvatici dei legumi e dei cerali.

Le donne fecero una grande scoperta: osservando la natura, compresero il processo di riproduzione delle piante. Fu un cambiamento talmente profondo che mutò radicalmente il modo di vivere degli uomini, trasformandoli da nomadi ad abitanti sedentari. Esse davano vita a quella che oggi chiamiamo “rivoluzione agricola”.

La rivoluzione agricola portò alla costruzione dei primi centri abitativi, alla realizzazione di utensili adatti alle operazioni di trasformazione del grano e alla sua conservazione, all’allevamento di animali domestici e di conseguenza alla tessitura, con la lana.

La coltivazione del grano divenne così l’attività più importante, caratterizzata da una eccezionale sacralità. Le popolazioni rituali per le quali il grano rappresentava l’essenza della vita, conservavano e custodivano gelosamente il raccolto nel granaio domestico. Sul grano, frutto della fatica degli uomini e degli animali, oltreché dell’azione generatrice del sole e dell’acqua, si fondava una religione agraria alla quale i contadini si sono mantenuti fedeli per millenni.

La donna comprese che dallo sfarinato ottenuto con la molitura e unito all’acqua si otteneva una pasta. La pasta, una volta cotta diventava pane. Se facciamo riferimento alle comunità sarde dell’agro-pastorale, il pane era considerato essenziale, sacro e insostituibile. Simboleggiava la vita. Per la sua essenzialità, alle varie fasi della sua produzione nel ciclo agrario e a quelle della sua preparazione, distribuzione e consumo nella vita familiare e nella vita religiosa della comunità, erano legate grandiose cerimonie e coinvolgenti riti magici, che con il tempo si connotarono come forme di aggregazione e di comunicazione tradizionali delle società agro-pastorali.

È certo quindi che la panificazione è stata, più a lungo che altrove, attività domestica e femminile per eccellenza che ha rappresentato all’interno della famiglia e della società, la capacità di lavoro, inteso come sapienza organizzativa e gestionale a cui la società sarda in passato ha affidato, il compito di produrre quello che costituiva l’alimento principale per il sostentamento quotidiano.

Per secoli e millenni prodotto dalla manifattura domestica, il pane è in grado, dunque, forse più di altri oggetti e beni, di parlarci della cultura che l’ha prodotto, dei luoghi e delle risorse che le donne hanno utilizzato; degli strumenti realizzati; delle conoscenze empiriche faticosamente conquistate.

La rivoluzione agricola, evento che determinò l’evoluzione umana è da attribuirsi alle donne; all’inclinazione caratteriale e biologica della conservazione e della maternità, guidata dallo spirito di osservazione e intuizione, tese verso la progettazione e la valorizzazione dell’ambiente naturale dal quale ha saputo trarre, per poi restituire con rispetto: energia, cibo, lavoro, coesione sociale e arte.

La genialità e creatività dei manufatti femminili, allora come oggi hanno tracciato il solco della civiltà e del benessere per tutta l’umanità.

Francesca Planetta

(fonti: Autori Vari.“La Sacralità del pane in Sardegna”, 2015)

 

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