Responsabilità Culturale dei Giornalisti

Giulie susi

Le giornaliste di Gi.U.Li.A (giornaliste Unite Libere Autonome) lavorano insieme per raggiungere alcune finalità: rendere sempre più rispettosi, equi e corretti i linguaggi e le rappresentazioni delle donne nei media. E farlo allontanandosi dagli stereotipi e da un
pericoloso andazzo corrente. Oggi se si vogliono ottenere facilmente consensi e strappare applausi in un qualsiasi incontro non c’è nulla di più facile che parlare di “parità tra i sessi” e di “dignità delle donne”.

Il problema è che a questi appelli retorici poi spesso non corrispondono fatti e scelte concrete. Anzi la trasformazione di questi appelli in ritornelli ricorrenti ne diminuisce la forza e l’efficacia, in quanto li banalizza e ne fa dei luoghi comuni. La battaglia di Giulia è quindi diretta, in primo luogo, a evitare questi rischi, evitando di cadere nei tranelli della
società della retorica.

Ma poiché non solo alle donne sono negati diritti costituzionali (pensiamo alla parità nella rappresentanza politico/istituzionale) e di democrazia paritaria (pensiamo alla par condicio di genere nel campo dei vertici delle professioni, degli ordini professionali, sindacali, nei media) ma non vengono riconosciuti nemmeno ad altre fasce che costituiscono la nostra società, giulia rivolge grande attenzione anche alla tutela e alla valorizzazione della cultura e delle specificità di queste fasce sociali che lottano per una completa e giusta integrazione. In che modo?

Teniamo conto che noi ci muoviamo sempre all’interno degli organi di informazione, quindi: impegnandoci a fare una narrazione legata alla cronaca, alla cultura, all’economia, al cibo, allo sport, al linguaggio, al cinema, che sia rispettosa della dignità delle persone
di cui si parla. Pensiamo alla comunità LGBT, che ci chiede un linguaggio appropriato per raccontare nel totale rispetto le diverse sessualità e identità di genere. Giulia e tutto questo e credetemi il suo compito è arduo e faticoso.

Per sviluppare il mio ragionamento mi riferisco a
DANIEL KAHNEMAN, PSICOLOGO COGNITIVO, PREMIO NOBEL PER L’ECONOMIA, il quale sostiene che le decisioni degli uomini vengono prese sulla base di due sistemi:
§ Il Sistema di processi di pensiero deliberati, le cui operazioni sono controllate dal ragionamento e più lente e costose in termini di sforzo cognitivo;
§ Il Sistema intuitivo, le cui operazioni sono rapide, automatiche, non costose in termini di sforzo associativo e difficili da controllare e modificare.

La facilità di accesso di questo secondo sistema condiziona gran parte delle nostre decisioni proprio per l’immediatezza che lo caratterizza e la facilità con la quale i contenuti di pensiero vengono in mente. Il prezzo da pagare però è alto, in quanto
questa immediatezza e facilità sottraggono le nostre idee a ogni forma di controllo e le rendono quindi manipolabili da una messaggistica che presenta le stesse caratteristiche di velocità di ricezione e facilità di comprensione proprio perché è ripetitiva. Questo è il meccanismo che agevola la diffusione delle bufale che circolano in rete: una diffusione facilitata dal fatto che le persone tendono sempre a credere a ciò che si adatta ai loro pregiudizi e li conferma, anziché sottoporli a un vaglio critico. È evidente che per migliorare e innalzare i propri standard la società deve promuovere la qualità del suo sistema mediatico e sottoporre l’informazione a un responsabile vaglio critico.

Questo quadro, già di per sé preoccupante, è ulteriormente aggravato dall’incidenza che hanno le fake news, che vanno differenziate dalle bufale, in quanto in questo caso non si tratta tanto di ignoranza e di tendenza ad adagiarsi in modo passivo sui propri pregiudizi, ma di malafede e imbroglio, in quanto queste notizie sono una fabbricazione intenzionale e deliberata di un contenuto ingannevole da parte di professionisti della disinformazione con un intento ben preciso di danneggiare qualcuno e di ottenere vantaggi: non va dimenticato a questo proposito che attualmente ci sono meccanismi tecnologici di monetizzazione, come I banner pubblicitari, che prima non esistevano e che rende sempre più appetibile e conveniente la volontà di fare disinformazione, oltre ai vantaggi politici,
evidenziati dal caso clamoroso delle ultime elezioni americane.

Questo deve indurci a riflettere in modo approfondito sul ruolo dell’informazione sulla sua responsabilità. L’informazione ha un altissimo valore sociale, veicola messaggi, scuote le
coscienze, fa opinione, è un potentissimo strumento di orientamento delle masse. La diffusione delle bufale e della fake news, oltre ai danni specifici legati alla falsità e pericolosità dei messaggi diffusi, induce l’opinione pubblica a essere scettica e a dubitare di tutto, anche della buona informazione, e questo è un rischio ancora più grave, in quanto disincentiva la voglia di impegnarsi e la partecipazione.

Oltre alle bufale e alle fake news vi è un terzo livello di rischio, solo apparentemente meno grave. Quella della presenza attiva di canali sempre più numerosi che si prodigano nel far circolare notizie, che non sono ancora informazione, l’informazione infatti presuppone che queste notizie siano strutturate, che entrino cioè a far parte di un tessuto di relazioni che ne faccia capire il significato e di un sistema in cui vengano adeguatamente collocate per farne capire l’origine e le conseguenze. La presenza di questi tre livelli di rischio ci dice che oggi l’informazione deve affrontare quasi quotidianamente una grave emergenza sociale. Si legga in proposito Noam Chomsky Le 10 strategie della manipolazione attraverso i mass media.

Fare informazione significa fare pedagogia. E proprio con gli strumenti della cultura e della pedagogia oggi i media devono far fronte a quella che da tutti gli analisti è considerata una delle più diffuse violazioni dei diritti umani e cioè la violenza di genere. Perché devono affrontarla? Perché devono raccontarla e hanno quindi una grandissima responsabilità. Una responsabilità non solo legata ad affermare il diritto di cronaca e quindi a raccontare i
fatti senza manipolazioni, senza abusi, senza derive: ma anche e soprattutto UNA RESPONSABILITA’ CULTURALE.

La violenza ha radici culturali: si alimenta di diritti negati, di diseguaglianze, di stereotipi, di intolleranze, di emarginazione, quindi contrastare la violenza significa raggiungere un
riequilibrio di genere. SUPERARE LE DISPARITÀ.
Pensate allora a qual è l’irrinunciabile ruolo dei media in questa lenta ma necessaria rivoluzione culturale. La scelta di un linguaggio che parli della violenza e la racconti, com’è inevitabile, senza però ledere la dignità della vittima, e partendo dal racconto della vittima.

Guardando all’oggi e al futuro voglio ricordare che la Convenzione di ISTANBUL approvata dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013 proprio per condannare ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica, nell’articolo 17 assegna all’informazione un ruolo specifico di prevenzione e la richiama alle sue responsabilità.

Il diritto di cronaca non deve cedere alla tentazione di morbose descrizioni con dettagli superflui che violano le norme deontologiche per cedere il passo al sensazionalismo. Si vedano in proposito i verbali pubblicati da Libero sullo stupro di Rimini con i dettagli più intimi della brutale aggressione. Una cronaca fatta non per informare ma per solleticare la curiosità e gli istinti più morbosi, incurante della privacy della vittima, che diventa vittima
due volte. In questo quadro emerge sempre più la responsabilità culturale dei Media.

Le giornaliste Giulia credono nel trinomio “istruzione/formazione/informazione”. Non è cultura ricevere e assorbire passivamente una marea di notizie e di dati, stare tutto il
giorno a bighellonare internet, che rimane un grande strumento al nostro servizio, ma non ci rende né più colti né più informati se non siamo capaci di orientarci nel surriscaldamento informativo che esso ci propone e ci mette a disposizione, se non abbiamo gli strumenti e le competenze che ci mettano in condizione di distinguere in modo chiaro una notizia o addirittura una semplice opinione da una vera informazione strutturata.

“Non approdiamo ad alcuna conoscenza significativa e utile se non sentiamo la necessità di porre delle domande, di fare le domande giuste, e di partire dalla consapevolezza dei nostri limiti per colmare le nostre incertezze “(Luciano Floridi professore di filosofia e etica dell’informazione a Oxford) .

RON SUSKIND, giornalista, scrittore, Premio Pulitzer, sostiene che in un sistema di delirio ipermediatico: “Non ci restano altro che una cultura e un dibattito pubblico fondati sulle affermazioni invece che sulla verità, sulle opinioni, invece che sui fatti”. È facile capire quali siano i rischi per la società e la democrazia insiti in un passaggio e in un esito di questo genere.

Susi Ronchi
Presidente Giuliagiornaliste Sardegna

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