NO Surrogacy Industry

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La questione bioetica , riproposta di recente da un programma  tv del servizio pubblico, racconta (senza contraddittorio) qualcosa di surreale e agghiacciante,  suscitando in tanti/e  telespettatori e telespettatrici , inquietudine e disappunto , poiché il tema riguarda “bisogni” di adulti, definiti erroneamente “diritti umani”.

Nessuno  si é soffermato a pensare che il vero “detentore di diritti” squisitamente umani come quello di essere generati per costruire la propria parte di una catena di legami stabili e responsabili, in una dimensione relazionale, affettiva, familiare e sociale unica; é il bambino.
Ritengo inaccettabile l’idea che un bambino debba nascere grazie ad un processo riproduttivo che risponda al bisogno di adulti che esigono di realizzare il proprio sogno. Su questo attacco al cuore del femminile e del materno, il corpo e l’intelligenza delle donne bruciano e hanno parecchio da dire. Molte femministe italiane, finalmente libere dall’ipoteca dei partiti cui spesso fanno riferimento, hanno partecipato alla discussione mondiale sulla surrogacy. Un dibattito coraggioso finalizzato a contrastare il mercato occidentale che si rivolge principalmente alle donne povere del mondo .
Una barbarie in cui vige la regola “lo Pago, lo voglio!”. La diffusione della maternità in affitto sta diventando il problema di quella dimensione etica a cui ciascuno dovrebbe appellarsi proprio per rimanere umani, più che per trovare una soluzione ai problemi di infertilità . I dati raccontano che negli Stati Uniti i costi dell’investimento variano dai 30 ai 60 mila dollari. In Ucraina bastano 10 , massimo 30 mila euro. Naturalmente, solo i ricchi europei si avventurano a varcare l’oceano. Gli altri prendono un biglietto per Kiev dove lo stipendio medio di un operaio è di 150 euro al mese. Diecimila euro quindi, possono fare la differenza.
Ancora una volta il benessere delle donne del mondo industrializzato poggia sullo sfruttamento di interi popoli, di milioni di esseri umani . Le povere “donatrici feconde” sono disposte a soddisfare la domanda di chi ha le tasche piene di soldi e così, nell’era della globalizzazione è stato facile far incontrare povertà e desiderio. Il risultato è la mercificazione del corpo di giovani donne indigenti a vantaggio della pulsione tipicamente egoistica di spregiudicati sedicenti “progressisti” , che intendono soddisfare l’esigenza di diventare genitori.
Possiamo parlare di discutibili bisogni, domandarci se il prezzo sia adeguato, discutere di etica, ma la realtà osservata in tutti i paesi poveri è solo una: che le donne coinvolte se avessero un’alternativa, la sceglierebbero subito. Perché avere un bambino su ordinazione, per conto terzi è un lavoro, (oltre che faticoso e rischioso); indecente!
La gravidanza é un “evento” così personale, così intimo e vitale che non può mai essere pagato abbastanza. La maternità surrogata è l’espressione di un capitalismo spietato, di un’ingiustizia insopportabile.
Anche il Parlamento Europeo attraverso un emendamento votato anche dalla maggioranza dei parlamentari italiani, ha condannato ufficialmente la pratica dell’utero in affitto. Avere figli non è in sé un “diritto” . L’unico diritto e quello del bambino . Tutto il resto è mostruosità della decadenza umana. La vera libertà non è fare quello che si vuole ma aver piena coscienza del senso delle cose che si intende fare. La vera libertà è riconoscersi uomini e donne e non corpi assemblati a casaccio per cercare di dare il massimo significato alla propria esistenza.
In altre parole, non si può vendere o regalare qualcosa che non si possiede. Dall’abolizione della schiavitù in avanti, le persone non possono essere possedute da altri, neanche i bambini.
L’utero in affitto rappresenta un femminismo distorto e malinteso che pone l’accento su presunti diritti ; dissolvendo i veri inalienabili diritti: quelli del bambino. Avere una famiglia formata da un padre e da una madre, avere fratelli e sorelle, vivere in un ambiente ecologicamente sano e ben differenziato .
Non è onesto tacere su questi temi, perché quando si tratta di forzare la naturale prospettiva antropologica e non si accetta quella del limite  umano, resta solo la brutalità dei rapporti di forza.

Carla Puligheddu

 

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