Linguaggio di Genere

Linguaggio di Genere

I mutamenti sociali e culturali che stanno interessando la nostra società in modo sempre più incisivo impongono opportuni cambiamenti linguistici capaci di registrare la presenza e il valore della differenza di genere con particolare riferimento alla presenza femminile nelle istituzioni, nel mondo del lavoro, delle professioni e della società nel suo complesso. L’obbiettivo è quello di stabilire un vero rapporto tra valori simbolici della lingua e valori concreti nella vita. Da qui la necessità di fare uno sforzo perché si cerchino parole alternative compatibili con il sistema della lingua per evitare alcune forme sessiste della lingua italiana, per dare visibilità e pari valore linguistici a termini riferiti al genere femminile.

La lingua è una struttura dinamica che cambia in continuazione: le parole possono essere muri o ponti, possono creare distanze o aiutare la comprensione dei problemi. La maggior parte delle persone mostrano diffidenza nei confronti dei cambiamenti linguistici, perché mettono in discussione le nostre abitudini. Tra le obiezioni che vengono mosse alla “forma nuova” alcune sono ricorrenti: è “brutta”, “suona male” e ciò anche quando la parola alternativa risulta accettabile all’orecchio e non fa alcuna violenza alla lingua (Sindaca, Ministra, Avvocata, Consigliera). Vi sono stati cambiamenti di tipo ideologico per parole riferite a classi e razze discriminate. Così sono scomparsi dalla lingua ufficiale e dalla nostra lingua quotidiana “spazzino” “netturbino” “becchino” “donna di servizio” sostituiti da “portabagagli”, “operatore ecologico”, “operatore cimiteriale” e “colf”. Molti cambiamenti sono frutto di una precisa azione socio-politica e dimostrano l’importanza che la parola/segno ha rispetto alla realtà sociale.

La lingua che si usa quotidianamente è il mezzo più persuasivo di trasmissione di una visione del mondo che attualmente risulta organizzato intorno all’uomo e che presenta la donna con immagini stereotipate e riduttive che non corrispondono più alla realtà di una società in movimento dove la donna rispetto al passato è presente e la sua presenza va certificata, riconosciuta con l’uso di termini appropriati anche se non ci piacciono perché “suonano male”.
Chi avesse dei dubbi sulla correttezza dell’uso, sappia che l’Accademia della Crusca, ha chiarito la correttezza dell’uso dei femminili delle varie professioni riconoscendo che solo il sessismo poteva giustificare la sensazione che ingegnera o ministra suoni male e cuoca e cameriera no, infatti, dietro la dichiarazione che ministra, sindaca, assessora, ingegnera, architetta, avvocata, magistrata, funzionaria, direttora, professora, “suoni male” c’è una buona dose di sessismo e discriminazione mentre altre professioni quelle che la divisione dei compiti in base al genere consentivano alle donne, non suonano male cameriera cuoca, serva. La nozione di “sessismo linguistico” linguistic sexism, nata negli stati uniti nell’ambito degli studi sulla manifestazione della differenza sessuale nel linguaggio teorizzata a partire dagli anni 60/70 dal movimento femminista e successivamente da alcuni studi di sociolinguistica, si riferisce alla discriminazione nel modo di rappresentare la donna rispetto all’uomo, attraverso l’uso del linguaggio; e di ciò si discuteva anche in Italia soprattutto in ambito semiotico e filosofico.

Nel 1987 l’uscita di un rivoluzionario volumetto “ Il sessismo nella lingua Italiana di Alma Sabatini ”, pubblicato per la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha contribuito ad allargare il dibattito dall’ambito sociolinguistico al grande pubblico, e a far circolare nell’opinione pubblica il tema della relazione tra identità di genere e lingua . Il testo della Sabatini illustra il ruolo del linguaggio nella costruzione sociale della realtà e auspica un uso della lingua non “sessista” che non privilegi il genere maschile e non tramandi una serie di pregiudizi negativi nei confronti delle donne, diventando rispettoso di entrambi i generi.

Nella lingua italiana, che distingue morfologicamente il genere grammaticale maschile e quello femminile, la donna risulta spesso nascosta “dentro” il genere grammaticale maschile, che viene usato in maniera inclusiva per donne e uomini. Frequente è l’uso della forma esclusivamente maschile per alcuni titoli professionali e ruoli istituzionali, anche quando sono svolti da donne: sindaco, chirurgo, ingegnere, architetto etc.
Le raccomandazioni contenute nel testo della Sabatini sono frutto di ricerca e di analisi scientifica, che invitano a trovare il femminile di ogni parola e a promuoverne l’uso evitando il maschile “cosiddetto universale”.

Nel 2008 il Parlamento Europeo ha pubblicato “La neutralità di genere nel linguaggio usato dal parlamento europeo” un opuscolo sull’uso del linguaggio di genere , che vuol dire evitare l’uso di termini che, implichino la superiorità di un sesso sull’altro, possono avere una connotazione di parzialità, discriminazione o deminutio capitis.
Nella versione Italiana del vademecum si osserva che la lingua italiana non dispone di un genere neutro e si tende ad usare “il maschile con funzione neutra”; l’opuscolo suggerisce una serie di “speciali accorgimenti e determinate tecniche redazionali” che rispettino per quanto possibile la neutralità di genere. Tra le altre cose il vademecum consiglia di specificare mediante l’uso dell’articolo il genere di tutti i sostantivi epiceni ( ambigenere che non distingue il maschile e il femminile) come il presidente o la presidente, il giudice o la giudice, gli assistenti di volo o le assistenti di volo.

Purtroppo, ancora oggi le raccomandazioni della Sabatini del 1987, le linee guida dell’UE e altre direttive Ministeriali rimangono sostanzialmente disattese: tanto nella comunicazione istituzionale, quanto nel linguaggio comune è evidente una radicata resistenza che va vinta continuando ad usare termini in grado di definire la realtà per quella che è.

Rita Corda

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