1952 Primo Congresso delle Donne Sarde

Luisa Marilotti

Il 9 marzo del 1952, presso il Teatro Massimo di Cagliari, migliaia di donne provenienti da tutta la Sardegna parteciparono al primo Congresso delle Donne Sarde. Questo evento dalla portata così straordinaria, che ebbe un’ importante eco nella stampa regionale e nazionale dell’epoca, aveva unito le donne dell’UDI (Unione Donne Italiane) dell’Azione cattolica, comuniste, socialiste e democratiche, di diverse estrazioni e condizioni sociali. Erano in tremila ed avevano obiettivi unificanti per i diritti delle donne e delle loro famiglie e la rinascita dell’isola.
Inizialmente le autorità pubbliche avevano cercato di impedire il regolare svolgimento della manifestazione, era stato dato ordine di chiudere le strade di accesso a Cagliari per fermare i diversi pullman in ingresso. Solo la ferma protesta dei parlamentari democratici aveva fatto sbloccare la situazione. Così alla fine erano stati predisposti anche dei treni speciali per portare le partecipanti al congresso. Della faccenda se ne era occupato il giornale L’Unita’ con diversi articoli.
Per la verità anche molti mariti avevano ostacolato la partecipazione delle proprie mogli a quell’iniziativa, considerata sediziosa e inappropriata per le donne oneste, ma tant’è, molte donne si erano ribellate a queste imposizioni, troppo serie erano le ragioni che le spingevano a varcare la soglia del Teatro Massimo.
Così quella domenica del 9 marzo, i cagliaritani avevano visto arrivare dalla mattina presto, delegazioni di donne di 192 Comuni che, con ogni mezzo, erano giunte nel capoluogo, da nord a sud, dal Nuorese, dalla Baronia, Ogliastra, Sarrabus, Gerrei, Nurra, Guspinese, Marmilla, Trexenta, Sulcis, dai Campidani di Cagliari ed Oristano, dalle città e dalle campagne, in cui si confondevano gli abiti cittadini ai costumi tradizionali, scialli, fazzoletti bianchi, neri e colorati.
Presidente del congresso era la professoressa Aida Cardia Tore e numerose erano state le adesioni di personalità del mondo politico, accademico, associativo, quali Joyce Lussu, Nadia Spano, Anna Dessi Deliperi, la marchesa Cugia e tante altre. Telegrammi e messaggi augurali erano pervenuti dalla penisola, da parte di figure di parlamentari, esponenti della cultura e dei sindacati.
Per le giovani donne di oggi forse non sarebbe male conoscere qualcosa di più delle battaglie di quegli anni. Oggi può essere facile prendere una macchina e andare da Cagliari a Sassari o a Olbia, ma all’epoca era una impresa viaggiare, uscire di casa all’alba per prendere una corriera, trams o treni delle due linee, o salire su carretti trainati dai cavalli e percorrere tanti chilometri. Molte di loro erano partite dalla notte prima, altre avevano dormito dove potevano perché non c’era il mezzo per il rientro.
Allora la Sardegna usciva da un periodo drammatico, che risentiva ancora degli effetti della guerra, con le campagne impoverite, l’ altissima disoccupazione, l’assenza in tantissimi Comuni di servizi oggi ritenuti essenziali per la vita civile, come l’acqua corrente, la rete fognaria, l’illuminazione. Le cronache quotidiane erano scandite da malattie come il tracoma e la TBC, dovuto alle scarsissime condizioni igieniche ed alla malnutrizione. Gli obiettivi unificanti erano “primari”, sicuramente diversi da quelli di oggi.
Il Congresso del ’52 era in qualche modo la conclusione di un biennio molto intenso di iniziative sociali e politiche. Quelli erano gli anni delle lotte delle donne occupate nella Manifattura Tabacchi di Cagliari, delle donne delle zone minerarie di Guspini, Arbus, del Sulcis-iglesiente, delle donne contadine e braccianti.
Il teatro Massimo aveva visto la presenza di molte di loro: attiviste comuniste, socialiste, cattoliche, impegnate nell’associazionismo, docenti delle scuole e università insegnanti ma anche sartine, commesse, braccianti, lavoranti a domicilio, casalinghe, studentesse. Anche se molte erano analfabete, c’ era la consapevolezza dei diritti che si andavano a reclamare: Denunciavano la condizione dell’infanzia, lo sfruttamento del lavoro femminile, la situazione delle case malsane, reclamavano “pane e lavoro” ossia il diritto a coltivare la terre per il sostentamento della famiglia, l’acqua potabile, l’alloggio, l’istruzione, la sanità. Chiedevano di uscire da una condizione di miseria ed arretratezza, in cui la Sardegna aveva il triste primato dell’altissimo tasso di analfabetismo nel Paese. Volevano vivere una vita ove “ la vecchiaia non sia una pena e l’infanzia un’angoscia” e chiedevano inoltre che il Parlamento sbloccasse il progetto di legge sui “prestiti matrimoniali” per farsi una casa, una famiglia . Erano fiere e consapevoli di voler essere protagoniste della storia. In quella giornata memorabile avevano approvato una Risoluzione con le loro rivendicazioni.
Sono trascorsi 65 anni, con un passaggio epocale da un secolo all’altro, in cui la società sarda, immersa in quella globale, è profondamente mutata, come mutati sono i bisogni. Molte sono le differenze sociali, politiche, economiche e anche istituzionali, rispetto a quell’evento.
Certamente è cambiata enormemente la condizione della donna, nel lavoro, nel diritto di famiglia, nell’istruzione, nel benessere (acqua, luce e beni materiali). Il fronte dei diritti delle donne si è spostato più in là. Ma ancora oggi vi sono forti disuguaglianze di genere nell’esercizio dei diritti, che sono formali e non sostanziali.
Permangono situazioni di svalorizzazione del lavoro femminile, maggior difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro, ostacoli nei percorsi di carriera, differenze salariali, persistenza di stereotipi nei ruoli che creano disparità e a volte vere e proprie discriminazioni.
Nei periodi di crisi a pagare sono sopratutto le donne e la diffusione di modelli flessibili di lavoro, precari, possono peggiorare i vincoli e le disuguaglianze economico-sociali, che portano povertà ed esclusione sociale delle donne.
La maternità è considerata un costo economico da evitare piuttosto che una fondamentale funzione sociale, e le mamme sono sempre meno in Sardegna, ove siamo in presenza del più basso tasso di natalità del Paese!
Di fatto, le responsabilità familiari continuano a ricadere sulle donne anche quando lavorano, le difficoltà di conciliare famiglia e lavoro sono aggravate da reti di protezione e servizi talora assenti.
Dal punto di vista della rappresentanza, quattro consigliere su sessanta presso il Consiglio regionale sardo, sono la fotografia di una politica che è una cittadella maschile, ove alle donne è precluso l’ingresso.
Se nel ’52 fu possibile organizzare il Congresso regionale delle donne sarde, con tutte le difficoltà di quell’epoca, perché oggi non possiamo recuperare, valorizzandola quell’esperienza, nelle mutate condizioni ma con lo spirito di ieri, ossia con l’unità’, con la volontà’, all’insegna dei valori fondanti, che anche oggi sono prioritari? La democrazia compiuta, il diritto al lavoro, ai servizi sociali e alla salute, il diritto a vivere in una società più equa, libera da discriminazioni, ove si possa vivere e costruire un futuro.
Sarebbe bello poter organizzare oggi una fase di mobilitazione delle donne sarde che porti alla stesura di una carta dei diritti delle donne. Anche oggi ci sono obiettivi unificanti.
Il compito è di individuarli e perseguirli.

N.B. La documentazione è stata resa nota in un manifestazione organizzata il 24 aprile 2009 dall’Associazione X Conoscere X Fare di Guspini che ha svolto accurate ricerche presso gli archivi regionali ( ISSRA ) e l’archivio nazionale dell’UDI, e dalla CGIL del Medio Campidano.

Luisa Marilotti

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