Democrazia di Qualità e di Felicità

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In Consiglio regionale si sta discutendo, da tempo, di riforma della legge elettorale.

Uno dei punti maggiormente dibattuti e che incontra opinioni discordanti di donne e uomini, è l’articolo della legge che introduce la doppia preferenza di genere. La doppia preferenza di genere prevede che l’elettore possa esprimere nella scheda uno o due voti di preferenza, per candidati della stessa lista. Nel caso di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e l’altra un candidato di genere femminile, pena l’annullamento della seconda preferenza.

Molti uomini e molte donne si chiedono perché sia necessario lo strumento legislativo per ampliare e riequilibrare la partecipazioni e la rappresentanza paritaria dei due generi nelle assemblee elettive. I primi interventi legislativi in Italia, volti a favorire una maggiore presenza di donne negli organi elettivi di comuni, regione e parlamento, risalgono ai primi anni ’90. Queste riforme prevedevano o l’alternanza tra i nomi nella lista (uno maschile e uno femminile) o, ad esempio, che “nelle liste dei candidati nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore a tre quarti dei consiglieri assegnati”.

Questi provvedimenti furono però dichiarati illegittimi dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 442 del 1995. Fu una sentenza molto rigida che non lasciò spazio di innovazione al legislatore ordinario. Si rese, quindi, necessaria la modifica di norme specifiche della Costituzione. Con la l. cost. 31.1.2001 n 2 e con la l. cost. 18.10.2001 n.3 si modifica l’art 117 e con la l. cost. n1 del 2003 si ha la modifica dell’art 51. Dalle prime riforme elettorali degli anni ’90, alle riforme costituzionali per il riequilibrio dei generi negli organi politici elettivi, passa un decennio e il dibattito si sviluppa e si arricchisce di contenuti più innovativi.

Si supera l’idea che le donne siano “un gruppo d’interesse” e anche nelle sentenze della Corte Costituzionale (49\2003 e 39\2005) vediamo che emerge la differenza tra azioni positive vere e proprie e norme antidiscriminatorie. In contemporanea a quanto accadeva in Italia, l’Unione Europea e molti degli Stati membri, da tempo avevano acquisito una visione di genere nella vita pubblica, politica e istituzionale e si erano dotati di riforme necessarie a garantire l’acquisizione del gender mainstreaming come strategia di crescita per il paese. Avevano quindi con riforme elettorali o meccanismi di partecipazione allargata, assunto il tema della rappresentanza paritaria come parte integrante del discorso più generale sull’eguaglianza, andando cosi a concretizzare il riequilibrio delle opportunità dei sessi attraverso riforme che portarono a strutture di welfare altamente avanzato.
Si è verificato quindi quello che enunciava Amartya Sen, “i diritti politici consentono non solo di soddisfare bisogni ma ancor prima di formularli”. Ovvero la partecipazione di entrambi i generi ai processi decisionali trasforma l’agenda delle priorità delle politiche pubbliche portandole verso una maggiore eguaglianza ed inclusività.

Nel 2011 il Comitato Cedaw (Committee on the Elimination of Discrimination against Women ) ha presentato le sue valutazioni sull’impegno dell’Italia per le politiche di pari opportunità e rispetto dei diritti delle donne. Nel suo rapporto, è risultato che le politiche attuate in Italia, per ora, non hanno trovato attenzione per la salute delle donne, per la tutela della loro vita, non hanno abbattuto, in molte professioni, il tetto di cristallo, il diritto alla maternità non è realmente riconosciuto, i servizi per la conciliazione dei tempi di cura e lavoro non sono sufficienti e l’ occupazione femminile in Italia rimane al 47% contro il 70% di altri paesi europei.

Tutti questi elementi, ed altri ancora, non possono appartenere a un paese che vuole una crescita intelligente, competitiva e produttiva e non possono appartenere a una società civile e democratica.

Ed è qui che il dibattito sulla riforma elettorale non deve restare su un mero piano formale, concentrato sul solo strumento legislativo ma deve analizzare gli elementi sostanziali della società civile che rendono necessaria tale riforma. È necessario considerare la norma della Doppia Preferenza di Genere, come un passo sia verso l’equità, che si palesa nella qualità e nella quantità dei diritti e delle risorse di cui ogni persona può disporre per realizzare il proprio percorso di vita, sia verso una democrazia “di qualità e di felicità”, che attraverso le sue istituzioni, incida sulla vita quotidiana delle persone e sul benessere e le opportunità di tutti i cittadini e le cittadine.

di Elisabetta Dettori

Presidente della C.P.O. di Cagliari dal 2013 al 2016

 

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