Quale Democrazia ?

Marina Padolini

Si può dire che ci sia democrazia dove le donne non partecipano al processo decisionale della politica?

Il quarto Art. della Dichiarazione Universale della Democrazia, Il Cairo settembre 1997, recita: “ Il raggiungimento della democrazia presuppone una reale partecipazione tra donne e uomini nella gestione del governo dove collaborano in maniera egualitaria e complementare , traendo un mutuo arricchimento dalle loro differenze”.
In Italia dunque c’è uno squilibrio di genere nelle assemblee elettive che le rende meno rappresentative della società e costituisce quindi una lesione dei principi democratici; è necessario quindi Il superamento dello squilibrio, che diventa condizione della Democrazia. Il Principio del Gender Mainstreaming , come bene ha argomenato Rita Corda in questo stesso Blog, è una strategia per cui il perseguimento del principio di non discriminazione non è più visto come un obiettivo da raggiungere in sé, come se fosse una specifica area di intervento, ma come un principio che si integra in tutti i settori dell’intervento pubblico.
Il Consiglio d’Europa raccomanda ai governi degli Stati membri:

1. di impegnarsi a promuovere una rappresentanza equilibrata delle donne e degli uomini riconoscendo pubblicamente che una equa ripartizione del potere decisionale tra donne e uomini di diversa cultura ed età rafforza ed arricchisce la democrazia;

[…]

4. di rivedere la propria legislazione e le proprie prassi al fine di assicurarsi che le strategie e le misure descritte nella presente raccomandazione siano applicate e messe in opera;

5. di promuovere e di incoraggiare misure particolarmente tese a stimolare e sostenere nelle donne la volontà di partecipare ai processi decisionali nella vita politica e pubblica;

6. di decidere obiettivi a termine definito per giungere ad una partecipazione equilibrata delle donne e degli uomini ai processi decisionali politici e pubblici;

Secondo la raccomandazione “partecipazione equilibrata delle donne e degli uomini” significa che la rappresentanza di ciascuno dei due sessi nel seno di un organismo di decisione nella vita politica o pubblica NON DEVE ESSERE INFERIORE AL 40%.

L’Organizzazione Internazionale dei Parlamentari , UPI, sottolinea e pone tra i suoi obiettivi una piena partecipazione delle donne al processo decisionale della politica affermando che se le donne non sono presenti c’è un deficit di Democrazia.

Occorrono dunque delle Norme antidiscriminatorie dirette a garantire in modo eguale a entrambi i sessi pari condizioni.
Sono misure dirette a promuovere l’eguaglianza di chances in ottemperanza all’art. 3 della Cost. La Corte Costituzionale infatti si sta orientando verso l’annullamento delle norme qualificate come azioni positive e non come antidiscriminatorie.
Le azioni positive sono quelle misure specifiche diseguali destinate ad eliminare le conseguenze sfavorevoli dell’appartenenza ad un determinato gruppo etnico, sociale o al genere femminile; sono quindi volte a raggiungere un risultato e non sono consentite in materia elettorale.

Lorenza Carlassare, Costituzionalista emerita afferma che quello italiano è «un sistema nel quale la maggioranza dei cittadini della Repubblica– e le donne sono la maggioranza – non ha né potere né voce essendo praticamente assente nelle sedi in cui le decisioni vengono assunte». Questa situazione di fatto costituisce «un’anomalia tanto marcata da renderne impossibile il corretto funzionamento».
Inoltre, «La sproporzione è troppo appariscente per poter essere taciuta, quando sicuramente risulta, oggi, incomprensibile; solo in passato la si poteva spiegare con il divario culturale, con l’inferiorità economica dovuta sia alle situazioni di fatto sia al sistema normativo che sottraeva alle donne la disponibilità e la gestione del proprio patrimonio […]. Oramai, viceversa, i motivi dell’espulsione del genere femminile dalle sedi della politica vanno ricercati prevalentemente altrove».
La causa principale di tanta ostilità alle azioni positive a sostegno di una piena partecipazione delle donne in politica sta nel fatto che “all’ingresso nelle istituzioni di un determinato numero di donne deve necessariamente corrispondere l’espulsione dalle medesime di un corrispondente numero di uomini». Insomma
«Nei fatti e nella storia si è creata una situazione che corrisponde ad una sorta di monopolio maschile sulla politica, sulle cariche elettive, che soltanto una normativa limitante che garantisca uno spazio al sesso escluso potrà rimuovere»
Perché
«NESSUN MONOPOLIO SI DISSOLVE DA SOLO»
[tutto il virgolettato: Lorenza Carlassare]

Michela Padolini

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